Un resoconto del Weekend di Spiritualità “Un seme di vita eterna” del 28-30 agosto ad Ostuni
Filomena Macina 14.09.2026 Perché siamo qui? (pomeriggio del 28/08/2026) La riflessione è stata guidata da Padre Antonio Cofano, che ha aperto il suo intervento con una domanda essenziale: “Perché siamo qui?” Una domanda semplice, ma capace di interpellare profondamente ciascuno di noi. Non si trattava solo di comprendere il motivo della nostra partecipazione al weekend, ma di riscoprire il senso della nostra vocazione francescana e della nostra appartenenza alla fraternità. Il tema centrale è stato quello della vocazione alla croce e del significato dell’essere “un seme di vita eterna”. Attraverso la figura di San Francesco, abbiamo compreso che il seme evangelico può portare frutto soltanto quando accetta di morire a sé stesso. Proprio come il chicco di grano che cade in terra per generare nuova vita, anche il cristiano è chiamato a lasciare spazio all’azione di Dio. Essere seme significa anzitutto esserci nella fraternità, sentirsi parte di una famiglia spirituale, condividendo gioie e difficoltà, mettendo i propri doni a servizio degli altri e camminando insieme verso il Signore. Padre Antonio ci ha guidato poi nella lettura del Testamento di San Francesco, presentandolo come un forte richiamo rivolto ai frati di allora e, oggi, a tutta la Famiglia Francescana.
Francesco, ormai alla fine della sua vita, sente il bisogno di ricordare ciò che il Signore aveva operato in lui: l’incontro con i lebbrosi, la misericordia, il Crocifisso, la Chiesa e la fraternità. Il Testamento è apparso come un vero strumento di verifica. Francesco rilegge la propria storia per comprenderne il significato più profondo e per riportare tutti all’essenziale del Vangelo. Anche le nostre fraternità sono chiamate periodicamente a fare verifica, a interrogarsi sul proprio cammino e a comprendere se stanno vivendo autenticamente il carisma ricevuto. Particolarmente significativa è stata la riflessione sulla Perfetta Letizia. La vera gioia, secondo Francesco, non nasce dal successo o dal riconoscimento degli altri, ma dalla capacità di restare fedeli a Dio anche quando si sperimentano incomprensioni, rifiuti e sofferenze. Questo cammino richiede un continuo morire a sé stessi, abbandonando orgoglio, protagonismo e desiderio di affermazione. È emerso inoltre un concetto molto importante: nella vita personale e fraterna può esserci il rimpianto. Possiamo guardare a ciò che non è andato come avremmo desiderato, agli errori commessi o alle occasioni perdute. Tuttavia, Francesco insegna che il rimpianto non deve mai diventare un ostacolo. Occorre sempre verificarsi e ripartire. Il Signore continua a seminare anche nelle fragilità, purché rimaniamo disponibili alla conversione. La giornata si è conclusa lasciando in me una forte consapevolezza: il seme piantato da Francesco ottocento anni fa continua ancora oggi a germogliare nella Chiesa e nelle nostre fraternità. Il seme e la terra. La prima parte della seconda giornata (mattina del 29/08/2026) è stata guidata da Fra Luigi D’Aloisio, che ha proseguito la riflessione sul tema del seme approfondendone il significato per la nostra vita quotidiana. Fin dall’inizio ci ha ricordato che il francescano è chiamato a essere uno “specialista di fraternità”: costruire relazioni autentiche, favorire l’incontro, creare comunione e dialogo sono aspetti essenziali della nostra vocazione. Fra Luigi ha evidenziato come San Francesco abbia compreso che non poteva cambiare la Chiesa dall’esterno né correggere continuamente gli altri. La vera rivoluzione è iniziata da sé stesso. La conversione personale precede ogni altra trasformazione. Da qui è nata una riflessione molto profonda sull’accoglienza della propria umanità. Io sono la terra, la Chiesa è la terra, e lo Spirito Santo è il seme. Perché il seme possa germogliare serve però un terreno disponibile ad accoglierlo. Francesco è diventato terreno fertile perché ha lasciato che Dio lavorasse il suo cuore. A questo punto Fra Luigi ci ha posto una domanda provocatoria: “Che cosa dissoda la mia terra?” La risposta è stata chiara: la Parola di Dio. Una Parola accolta sine glossa, senza interpretazioni comode, senza sconti e senza compromessi. Una Parola che spesso fa male perché mette in discussione le nostre sicurezze. È come una zappa che rompe la durezza del terreno. Se lasciamo che la Parola ci “zappi”, diventiamo fecondi. Abbiamo poi meditato sulla parabola del seminatore nel Vangelo di Matteo e sul binomio fondamentale: ascoltare e comprendere. Molte volte ascoltiamo senza comprendere e comprendiamo senza mettere in pratica. Il Signore invece ci chiama a un ascolto che trasformi la vita. La parabola ci ha aiutati a riconoscere le diverse condizioni del cuore:
- la terra battuta, che non accoglie;
- i sassi, che impediscono radici profonde;
- i rovi, che soffocano il seme;
- il terreno buono, che porta frutto.
Fra Luigi ci ha invitato a interrogarci su ciò che rende duro il nostro cuore: cosa mi rende rigido? Quali paure mi bloccano? Quali preoccupazioni occupano il mio respiro? Quali ansie mi tormentano? Sono state le domande che ci hanno aiutato poi nella confessione. Abbiamo riflettuto sul meccanismo del capro espiatorio, che accompagna l’umanità fin dalle origini. Già nel racconto di Adamo ed Eva la responsabilità viene scaricata su qualcun altro. Ancora oggi spesso giustifichiamo le nostre scelte dicendo: “L’ho fatto perché lui me l’ha detto”. L’incostanza, la demotivazione e l’indifferenza ci portano spesso ad attribuire agli altri colpe che dovremmo invece riconoscere in noi stessi. Un’altra riflessione particolarmente forte ha riguardato il giudizio. Il giudizio sulle persone non può essere negativo. Non siamo chiamati a condannare. Il Vangelo invita ad accogliere, comprendere e accompagnare, senza trasformarci in giudici dei fratelli. Fra Luigi ha inoltre richiamato il valore del silenzio. In una società che parla continuamente, rischiamo di non ascoltare più né Dio né noi stessi. Ci ha lasciato una frase che porto nel cuore: “Stai in silenzio davanti al Signore e spera in Lui.” Quando le cose non vanno bene non bisogna fuggire né agitarsi inutilmente. Occorre fermarsi, pregare e lasciare che Dio operi nel profondo del nostro cuore. Successivamente abbiamo affrontato il tema degli areopaghi, i luoghi di incontro del nostro tempo: famiglia, lavoro, scuola, relazioni sociali e tutti gli ambienti in cui siamo chiamati a testimoniare il Vangelo. La parola chiave emersa è stata: apostolato. Attraverso il richiamo al rito dell’Effatà, Fra Luigi ci ha ricordato che ogni battezzato ha il compito di ascoltare la Parola e annunciarla. Evangelizzare significa prima di tutto lasciarsi evangelizzare. Infine, abbiamo riflettuto sulla credibilità del discepolo. Gesù sembra interrogarsi continuamente su questo: i suoi discepoli saranno credibili? La distanza tra ciò che annunciamo e ciò che viviamo può diventare un ostacolo all’evangelizzazione. Per questo la fraternità assume un ruolo centrale. Fra Luigi ha concluso ricordandoci che: la fraternità è possibile solo a partire dalla paternità di Dio. Se Dio è Padre, allora noi siamo davvero fratelli. Se invece assolutizziamo la fraternità dimenticando Dio, rischiamo di cadere in un semplice fraternismo, una fraternità chiusa in sé stessa e priva del suo fondamento evangelico.
I fratelli come dono di Dio (pomeriggio del29/08/2026) Nel pomeriggio siamo stati guidati da Fra Francesco, che ha approfondito ulteriormente il tema della fraternità, partendo da alcune riflessioni di Don Tonino Bello che mi hanno particolarmente colpita. La prima immagine proposta è stata quella secondo cui: “Noi siamo angeli con un’ala soltanto e possiamo volare solo restando abbracciati gli uni agli altri.” Questa espressione ci ha aiutato a comprendere che nessuno è autosufficiente. Ognuno ha i propri limiti, le proprie fragilità e le proprie povertà. Per questo abbiamo bisogno degli altri. La fraternità non nasce dalla perfezione delle persone, ma dalla consapevolezza di aver bisogno gli uni degli altri per camminare verso Dio. Successivamente è stata richiamata un’altra famosa espressione di Don Tonino Bello: “Amore è voce del verbo morire.” Questa frase richiama direttamente il Vangelo e anche l’esperienza di San Francesco. Amare significa uscire da sé stessi, rinunciare al proprio egoismo, alle proprie pretese e al desiderio di avere sempre ragione. L’amore autentico comporta sempre una piccola morte quotidiana al proprio “io” per fare spazio all’altro. Fra Francesco ha poi richiamato un passaggio del Testamento di San Francesco che esprime tutta la sua gratitudine verso Dio per il dono della fraternità: “Il Signore mi donò dei fratelli.” Francesco non dice che si scelse dei fratelli né che se li trovò da solo. Riconosce invece che la fraternità è un dono ricevuto da Dio. Abbiamo ricordato alcuni dei primi compagni che il Signore gli mise accanto: Bernardo da Quintavalle, Pietro Cattani, frate Masseo, frate Leone e gli altri fratelli che, con le loro qualità e i loro limiti, contribuirono alla nascita della fraternità francescana. Questa riflessione mi ha aiutata a guardare con occhi diversi anche la mia fraternità. Spesso siamo portati a soffermarci sui difetti degli altri o a desiderare che le persone siano diverse da come sono. Invece Fra Francesco ci ha ricordato una verità molto semplice ma esigente: Non pretendere che l’altro sia un cristiano migliore. Prima di chiedere agli altri di cambiare, siamo chiamati a riconoscere che ciascuno è in cammino e che Dio opera nei tempi e nei modi che ritiene opportuni. Accogliere il fratello significa accoglierlo così com’è, senza giudicarlo e senza volerlo modellare secondo le nostre aspettative. Questa riflessione si è collegata molto bene ai temi affrontati durante l’intero weekend. Il seme della vita evangelica cresce infatti nella misura in cui impariamo a vivere la misericordia, l’accoglienza e il rispetto reciproco. La fraternità diventa allora il luogo concreto in cui sperimentare la pazienza di Dio verso di noi e imparare ad avere la stessa pazienza verso i fratelli. Al termine dell’incontro ho compreso ancora più chiaramente che la fraternità non è semplicemente uno stare insieme, ma un dono da custodire quotidianamente. Fra Francesco ha poi individuato quattro parole fondamentali per la vita della fraternità e per ogni cammino cristiano: Ascoltare. L’ascolto è il primo atto di amore. Ascoltare Dio attraverso la sua Parola e ascoltare i fratelli senza pregiudizi. Solo chi ascolta veramente può comprendere ciò che il Signore gli sta chiedendo e riconoscere i bisogni di chi gli sta accanto. Accoglienza. Accogliere significa fare spazio all’altro così com’è, senza pretendere che corrisponda alle nostre aspettative. Come Francesco ha accolto i fratelli che il Signore gli donava, anche noi siamo chiamati ad accogliere chi ci viene posto accanto, con i suoi pregi e le sue fragilità. Discernimento. Il discernimento è l’arte di riconoscere la volontà di Dio nella propria vita e nelle situazioni concrete. Richiede preghiera, umiltà e disponibilità a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo. Non tutto ciò che desideriamo coincide necessariamente con ciò che Dio vuole per noi. Accompagnamento. Nessuno percorre da solo il cammino di fede. Accompagnare significa camminare accanto al fratello, sostenerlo nei momenti difficili e gioire con lui nei momenti belli. È lo stile con cui Gesù ha accompagnato i suoi discepoli e che Francesco ha vissuto con i suoi fratelli. Fra Francesco ha concluso richiamando la benedizione finale del Testamento di San Francesco, nella quale il Santo affida ai suoi fratelli l’eredità spirituale ricevuta dal Signore. Non si tratta semplicemente di parole di commiato, ma di una vera consegna: custodire il Vangelo, vivere la fraternità e perseverare nella conversione. Questa benedizione è apparsa come il sigillo dell’intero weekend. Dopo aver riflettuto sul seme, sulla fraternità, sulla misericordia, sull’ascolto della Parola e sulla vita evangelica, ho percepito che il messaggio di Francesco continua ancora oggi a essere attuale. Il Signore continua a donare fratelli, continua a seminare il suo Spirito nei nostri cuori e continua a chiamarci a essere segni di pace e di speranza.
La serata si è conclusa con un piacevole momento di fraternità. Dopo cena alcuni di noi hanno avuto la possibilità di passeggiare per le vie del centro storico di Ostuni, apprezzandone la bellezza e condividendo dialoghi semplici e autentici con i fratelli e le sorelle presenti. Il clima sereno e familiare ha favorito una maggiore conoscenza reciproca e ha reso ancora più concreto quanto ascoltato durante gli incontri della giornata. La passeggiata si è conclusa gustando un gelato, occasione che ha contribuito a rafforzare ulteriormente i legami fraterni.
Questo weekend di spiritualità è stato per me un tempo prezioso di ascolto, riflessione e condivisione fraterna. Attraverso gli interventi di Padre Antonio, Fra Luigi e Fra Francesco ho avuto l’opportunità di approfondire il tema “Un seme di vita eterna” e di riscoprire alcuni aspetti fondamentali della spiritualità francescana. Mi porto nel cuore l’invito a essere terreno fertile per il seme che il Signore continua a seminare nella mia vita. Ho compreso che la conversione non è un evento occasionale, ma un cammino continuo che richiede ascolto della Parola, accoglienza della propria umanità. Ho riflettuto sul valore della fraternità, intesa non come semplice stare insieme, ma come dono di Dio da custodire e far crescere ogni giorno. Mi ha colpito particolarmente l’espressione di San Francesco: “Il Signore mi donò dei fratelli”, perché mi ricorda che le persone che condividono con noi il cammino non sono una scelta casuale, ma un dono attraverso il quale Dio continua a parlarci e a formarci. Le immagini del seme, della terra dissodata dalla Parola di Dio e della fraternità fondata sulla paternità di Dio hanno rappresentato per me gli insegnamenti più significativi di questa esperienza. Torno a casa con il desiderio di vivere con maggiore autenticità la mia vocazione francescana, impegnandomi a essere strumento di pace, ascolto e accoglienza nelle realtà che il Signore mi affida.
Ringrazio, a nome della mia fraternità e della mia ministra Maria Letizia, il Consiglio Regionale, gli assistenti spirituali, i relatori e tutti i partecipanti per il clima di fraternità vissuto durante questi giorni e per la ricchezza delle riflessioni condivise.
Filomena Macina
Fraternità di Bari/Santa Fara
.




















