Spigolando… sull’impegno socio-politico, una ‘scelta concreta e coerente alla fede’ (Reg. 15)

religione-politicaTonino Daniele 06.11.13  Ecco. Penso sia davvero arrivato il momento: ho deciso di mettere ordine nella mia vita. E credo che partire dalla mia scrivania sia un inizio incoraggiante. Ma l’impresa si presenta subito molto ardua: presuppone un ordine mentale che, evidentemente, in questo momento latita. Non mi perdo d’animo, nonostante il disordine sia assoluto: vi stazionano non solo sentenze e codici. Libri. Appunti vari. Infiniti post-it. Immancabile il “mio” toscano (che fumo solo raramente, ma è sempre lì presente).

L’impresa – però – non può attendere. Inizio a guardare il “campo di battaglia”: è sempre imprevedibile e so già che riserverà sorprese. Queste non si fanno attendere. Ecco la prima: un libello sull’utopia di Francesco d’Assisi. Un’amicizia di vecchia data, di tempi non sospetti. E’ scritto da un francescano di origine polacca e da un filosofo francese di origine ebraica. Deve assolutamente rimanere lì dov’è: sulla mia scrivania. I “rivoluzionari” hanno sempre un posto privilegiato: non possono confondersi in scaffali. Tra anonimi.

Ma le sorprese continuano: ecco una biografia di Aldo Moro. Inizia lo sfoglio e trovo tra le sue pagine, accuratamente piegata, una “prima” dell’Avvenire e subito mi chiedo il perché di quel foglio in quel libro. Deve esserci un motivo; un buon motivo. Lo dispiego e leggo i caratteri cubitali: <Il Papa: i cattolici si sporchino le mani>. Non mi basta: sfoglio ancora il volume e trovo delle sottolineature: <(…) intese (Aldo Moro) che alla sola ombra della Croce si potesse preparare un avvenire migliore per i tanti diseredati e quando volle incamminarsi lungo il sentiero della politica, non dimenticò mai di essere cristiano e cattolico (…)>.

È tutto chiaro. Capisco tutto e capisco anche perché quel foglio era lì: è semplicemente lì  il “suo” posto. Inizio a fagocitare pensieri (e domande): i cattolici, il loro impegno politico, il “mio” possibile impegno politico, quello degli altri, le aspettative e gli eventuali fallimenti (da mettere sempre in conto).

Oh Dio! Ma perché farmi “incastrare” proprio oggi da questi “massimi sistemi”! L’arrivo di un amico in studio mi salva. Solo momentaneamente. E’ pallido, impaurito. A stento riesce a parlarmi: <guarda cosa mi hanno notificato>, ed io: <è un rinvio a giudizio perché hai costruito abusivamente>. Ha ragione di preoccuparsi: la legge punisce l’esecuzione di opere in assenza (o in difformità) di atti autorizzativi con l’arresto fino a due anni e il pagamento di una somma di danaro a più zeri. E prima che paventi – anche lui – complotti  dell’ordine  giudiziario, lo  rassicuro: <per  quanto Dio abbia  occhi  buoni  e memoria lunga, i reati non sono eterni: si autodissolvono; ed il tuo, come gli altri, anzi, prima degli altri, non può sottrarsi a questo destino>. Volgarmente – gli altri – parlano di prescrizione; io, di “diritto all’oblio”: bisogna poter contare sulla scarsa memoria dello Stato.

L’amico mi saluta rincuorato ed io ritorno – ahimè – alle mie riflessioni sull’impegno dei cattolici in politica; o, se si preferisce, l’impegno “sociale” dei cattolici. Cambia poco: i paralogismi linguistici servono – a volte – solo a confondere le idee.

E non posso non partire dagli insegnamenti di Santa Marta. Dalla parole di Papa Francesco: <Nessuno di noi può dire: “Ma io non c’entro in questo, loro governano”. No, no, io sono responsabile del loro governo e devo fare il meglio perché loro governino bene e devo fare il meglio partecipando nella politica come io posso. La politica – dice la Dottrina Sociale della Chiesa – è una delle forme più alte della carità, perché è servire il bene comune. Io non posso lavarmi le mani, eh? Tutti dobbiamo dare qualcosa!>.

Gli esegeti, con Francesco, non devono faticare: le parole semplici toccano immediatamente il cuore. Ricusano interpretazioni autentiche e nessuna scusante è più invocabile: per il cattolico l’impegno sociale (e politico) deve diventare <occasione di unione con Dio e di compimento della sua volontà, e anche di servizio agli altri uomini> (cfr., Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici, n. 17). L’impegno politico è richiesto dalla fede in Gesù Cristo ed è legato strettamente all’opera di evangelizzazione cui ciascun credente è chiamato.  È una “vocazione” e, come tale, ricercata e accettata. E come tutte le chiamate ha costi altissimi: trovare equilibrio tra concretezza e visione (cfr., V. Castellani, Per un senso condiviso, in AA.VV., La sapienza del cuore. Omaggio a Enzo Bianchi).

È necessario, partendo dal nostro quotidiano, promuovere il bene comune, l’interesse di tutti: agire e vivere la propria Fede. Agire è vivere la propria Fede, ponendola quale base di ogni decisione: non si è cattolici perché politici, ma politici perché cattolici. Dubito che ci sia vero annunzio del Cristo, vera proclamazione del suo Amore, se non unitamente ad un impegno sociale e politico.

E se qualcuno pensa – ancora –  di poter fare a meno dei cattolici: <devono occuparsi delle cose del cielo; e noi  di quelle della terra!>, legga Thomas Mann: <Significherebbe disconoscere l’unità del mondo ritenere religione e politica due cose fondamentalmente diverse, che nulla abbiano né debbano avere in comune, così che l’una perderebbe il proprio valore e finirebbe per essere smascherata come falsa qualora si potesse dimostrare che in essa vi è traccia dell’altra […] In verità religione e politica si scambiano per così dire le vesti […] ed è il mondo nella sua totalità che parla, quando l’una parla la lingua dell’altra> (cit., in G. Zagrebelsky, Il Cammino in comune, La Repubblica, 23.09.2013).

È vero: ogni scelta radicale presuppone coraggio. Tanto coraggio: passare dalla dichiarazione all’azione non rimane impresa semplice; ma, i codardi, piaccia o no, non hanno diritto di cittadinanza nel magistero di Francesco. Sempre attuali le parole di Don Tonino Bello: <il credente deve accettare il rischio della carità politica, sottoposta per sua natura alla lacerazione delle scelte difficili, alla fatica delle decisioni non da tutti comprese, al disturbo delle contraddizioni e delle conflittualità sistematiche, al margine sempre più largo dell’errore costantemente in agguato>.  Sempre presenti resistenze, paure e apatie.

Necessarie, però, delle precisazioni. L’impegno dei cattolici deve essere rappresentativo ed organizzato: non il cattolico (o quel cattolico); ma, i cattolici: il primo ama il proprio campanile; i secondi, le persone. Non l’interesse, ma i valori. L’amore  per l’uomo e non per le cose; l’interesse di tutti e non di pochi. Non più priori, abati o capi: a questi volentieri lasciamo i loro orpelli, le loro divise e i loro percorsi processionali con annessi fuochi pirotecnici. Non è più tempo di “cani sciolti”, ma neanche di manutengoli di questa o quella corte.

Non solo. L’impegno del cattolico non è (sicuramente) arrogante: è l’umiltà la sua caratteristica, la sua etichetta. Non sottomissione, ma consapevolezza che nessuno è depositario di soluzione definitive. Capaci di condividere obiettivi. È necessario un confronto continuo, un dialogo senza riserve. Un camminare insieme per il bene comune, senza pregiudizi e, soprattutto, senza personalismi; questi, sempre dannosi. Certi di avere qualcosa da dire, ascoltando. Saper gridare, ma scegliere – se necessario – il silenzio.

Nessun compromesso che non risponda all’interesse collettivo è ipotizzabile: mina e delegittima la credibilità dell’azione. “Sia il vostro parlare si, si; no, no” (cfr., Mt., 5, 33).

È un mandato da spendere, ed il suo inadempimento un reato di omissione, di cui – è vero – non saremo chiamati a rispondere dinanzi a nessun tribunale terreno. Ripeto: tribunale terreno! La Regola del Terz’Ordine Francescano esorta ad essere “presenti con la testimonianza della propria vita umana ed anche con iniziative coraggiose tanto individuali che comunitarie, nella promozione della giustizia, ed in particolare nel campo della vita pubblica, impegnandosi in scelte concrete e coerenti alla loro fede”.

E poi le mani. Le mani siano quelle sporche di Don Lorenzo Milani, non quelle insozzate di Ponzio Pilato.

Dalla mia scrivania un’altra sorpresa: l’ultimo numero di MicroMega (6/2013) dedicato all’impegno politico e sociale degli intellettuali. Affinità elettive.

Alla fine ho deciso per il disordine: promette piacevoli sorprese.

Tonino Daniele
Fraternità S. Marco in Lamis

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